di Delia Cascino e Titti Vicenti
L’Espresso, 20 settembre 2024
Le famiglie di chi si è ucciso chiedono giustizia e accusano lo Stato di aver abbandonato i loro cari. L’Italia è già nel mirino dell’Europa per la mancata tutela di benessere e salute dei reclusi. Una nuvola scura sovrastava solo il muro di cinta e il cortile di Regina Coeli. Era quasi estate”. Cristian ha gli occhi lucidi quando parla di Giulio, suo compagno di cella, che si tolse la vita il 19 giugno 2020. Anni dopo non si dà pace e quel giorno fa fatica a dimenticarlo: ricorda lo sguardo dell’amico alla finestra, mentre si riavvia i capelli, come sua consuetudine prima della videochiamata alla mamma. Cristian lo esorta ad allenarsi per passare il tempo. Giulio rifiuta e quel giorno, a 24 anni, si impicca nel bagno.
“Abbiamo cercato immediatamente di sollevarlo. Un assistente in lacrime ne teneva in braccio il corpo, come un padre con il figlio. Giulio un papà non ce l’aveva più: si era ucciso in carcere tempo prima. La mamma stava in Albania”, racconta Cristian. Regina Coeli è uno degli istituti penitenziari con il maggiore tasso di suicidi e sovraffollamento in Italia: ha spazi inadeguati, poco personale, molte emergenze sanitarie. Lo denunciano a più voci l’Uspp (Unione Sindacati Polizia Penitenziaria) e Valentina Calderone con Stefano Anastasìa, Garanti di Roma e del Lazio per le persone private della libertà personale. Il sistema carcere è al collasso ovunque in Italia. Da gennaio i casi di suicidio arrivano quasi a 70. Oltre i numeri ci sono le storie dei familiari.
“Matteo, Matteo! In questo breve percorso di vita, si è fatto solo del male. Soffriva di fragilità emotive. L’avevo segnalato al Tribunale per i minorenni pur di salvarlo”. Roberta ripete il nome del figlio, che il 5 gennaio scorso moriva in una cella a Montacuto, casa circondariale vicino ad Ancona. Gli mancavano pochi mesi alla libertà. Il suo è il primo suicidio in carcere del 2024. Roberta si ricompone, asciugando le lacrime, ma avverte un senso di colpa. “Se mi portano di nuovo in isolamento, mi ammazzo”, diceva Matteo, chiedendole aiuto. A nulla sono valsi i soccorsi. Il giorno della morte, la mamma ha cercato di contattare il direttore del carcere. A Montacuto, però, nessuno le ha risposto.
“La punizione fu inflitta dopo le proteste per l’acqua inquinata e il sopravvitto. Lui e i suoi compagni erano abbandonati a sé stessi. Era un lager”, afferma Roberta: “Me l’hanno ucciso”. Matteo Concetti avrebbe compiuto 24 anni a luglio. Bassem Degachi invece era prossimo alla quarantina. La moglie Silvia lo vedeva ogni lunedì al colloquio nel carcere di Venezia e alle volte il pomeriggio, quando Bassem, che era in semilibertà, andava a lavorare in remiera per poi fare ritorno la sera in cella. Nella città lagunare si erano conosciuti e avevano messo su famiglia.
“Mio marito voleva uccidersi. Iniziò a dirlo dopo avere ricevuto un’ordinanza di custodia cautelare per un vecchio reato. Ho avvisato invano la portineria del carcere”, spiega Silvia. Le dinamiche sono simili: Bassem e Matteo chiedono aiuto poco prima della morte, manifestando gli intenti suicidari. I familiari provano a contattare le rispettive case circondariali, ma nessuno risponde né al centralino né alle email.
Silvia condanna il sistema: “Il carcere dovrebbe dare la possibilità di redimersi. A mio marito hanno dato e tolto la speranza. Gli mancava poco al fine pena”. L’inchiesta sul suicidio di Bassem è archiviata. La famiglia si oppone: “Non conosciamo neppure l’ora della morte”. Adesso Silvia lavora in remiera come il marito e, mentre torna a casa in gondola, parla di lui con nostalgia: “Era allegro e pieno di vita”.
Le cause dei suicidi molte volte sono ignote. Gli esperti illustrano tesi divergenti. “L’elemento cruciale è lo stigma dell’essere approdati in carcere”. Lo rivela uno studio a cura di Mauro Palma, ex garante nazionale delle persone detenute. “Le ragioni sono personali. Mai generalizzare “, spiega invece Massimo Clerici, professore di Psichiatria all’Università Bicocca di Milano. Il sistema penitenziario esaspera le fragilità, “a causa di stress e isolamento”. A dirlo è l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) in un report sulla salute dei detenuti.
Andrei fuggiva dall’Ucraina ben prima che scoppiasse la guerra. Aveva scelto Napoli per rifarsi una vita. E morto però a Poggioreale, in carcere, da solo. Olga, la zia, ha visto la salma in foto e aspetta da marzo l’esito dell’autopsia.
“Non ho capito se sia stato un incidente o un suicidio “, confida. Lei se ne capacita a stento. Quattro anni fa Ana, la mamma di Andrei, vide il figlio l’ultima volta. Adesso spera di poter piangere “sulla sua tomba nel cimitero di Poggioreale, ma il viaggio in Italia costa tanto”, dice al telefono. Il consolato ucraino annunciò la morte di Andrei ai familiari. Nessuno però conosce la verità. “Quando si verificano tragedie simili, è difficile avere informazioni sulle persone detenute o appurare la natura del decesso. A tale fine occorre un procedimento penale o una consulenza tecnica”, spiega Luna Casarotti dell’associazione Yarahia. Elisabetta Corradino non si rassegna. La tesi che, con veemenza, porta avanti da anni è che suo figlio Giuseppe sia stato ucciso nel carcere di Ravenna. Adesso il tribunale farà luce sul caso.
“Nessuno aiutò Giuseppe. Lui soffriva di ansia e diceva di voler morire. Lo psichiatra dell’istituto penitenziario sottostimò il rischio suicidario. L’eventuale assassino, però, non sarebbe solo uno”. Elisabetta ne parla con tono pacato, lento, senza celare disappunto: “Il carcere non è il luogo adatto a ragazzi fragili”. Giuseppe confidava disagi e tormenti alla mamma. Il suo rifugio era la musica. “La vita è dura come queste mura, nella mia anima i segni dell’usura. Non vedo una prospettiva futura”, scriveva in cella, cercando nelle rime una via di fuga al dolore.
“Chi fa degli sbagli ha diritto alla vita - afferma Elisabetta - lo Stato, invece, abbandonò mio figlio”. Anche il Consiglio d’Europa giudica “allarmante “ la situazione delle carceri in Italia per il tasso di suicidi e le condizioni dei pazienti psichiatrici. Lo sottolineava in una nota dello scorso giugno, esortando il go verno Meloni a predisporre “ulteriori misure correttive e finanziarie”. Oggi l’Europa osserva “una tendenza negativa”.
Anni fa, condannava l’Italia per “trattamenti inumani e degradanti” negli istituti di pena. Da allora quasi nulla è cambiato. Secondo Strasburgo, “la salute e il benessere delle persone detenute vanno assicurati adeguatamente”, ma succede di rado. Alessandro Stomeo di Antigone coglie un nesso tra casi di suicidio, sovraffollamento e mancanza di prospettive, suggerendo un nuovo approccio: “La detenzione va considerata un’extrema ratio. La nostra cultura non contempla il fine rieducativo della pena”.
Su 189 istituti, a livello nazionale, i posti ammontano a quota 51mila, di cui molti inagibili. I dati sono della Cgil. L’obiettivo è ridurre il sovraffollamento. A proposito, l’onorevole Roberto Giachetti, assieme a “Nessuno tocchi Caino”, propone una modifica alla legge sulla liberazione anticipata: “Vorremmo un passaggio da 45 a 60 giorni di premialità a semestre per chi si comporta bene in carcere”. Il lavoro e i legami affettivi sono diritti fondamentali anche in cella. “Un elemento importante sarebbero i laboratori, dove apprendere un mestiere - dice Giachetti - dobbiamo favorire l’inserimento in società delle persone detenute”.
Il sovraffollamento rende alienante la vita in carcere. Le difficoltà di interazione con il mondo esterno amplificano la solitudine. Le parole così diventano la cura. “Bisogna far mantenere i contatti con familiari e amici. Una telefonata aiuta nei momenti bui - spiega l’ex garante nazionale Palma - dovrebbero esserci più figure di mediazione, come educatori e psicologi”.
Giulio, Matteo, Bassem, Andrei, Giuseppe non sono matricole: hanno un nome, dei ricordi e una famiglia. Cristian accende una sigaretta, poi la spegne, mentre incede a passi stanchi e lenti in un parco di Roma. Si siede, guarda il laghetto e ricorda il suo compagno di cella: “Non dimentico la morte di Giulio. Se succede una cosa del genere è perché il sistema ha fallito”.











